Quei Lego da Femminuccia…

Alcuni fra i nuovi mini-personaggi dei Lego sotto accusa: puntano sugli stereotipi di genere. Ma l’ultima linea sarà presto sul mercato.

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I mattoncini colorati e quelle figurine tascabili  dalla manine ricurve: chi non conosce i Lego? Hanno tenuto compagnia e alimentato la creatività di grandi e piccini per generazioni. Attraverso le loro componenti, prendevano forma davanti ai nostri occhi navicelle spaziali e galeoni dei pirati; o qualsiasi marchingegno volesse la nostra fantasia e le nostre dita fossero in grado di assemblare. La moda dei Lego non è mai tramontata. Eppure, questi stessi giochi sono cambiati nel tempo, in particolare assumendo forme e propositi che riguardano la figura della donna e, insieme, della bambina da coinvolgere nella loro attività ludica e, chiaramente, educativa.

I Lego sono sessisti? Secondo Helen Czerski, firma del “The Guardian”, in parte sì. La tesi mi ha incuriosita, mentre sfogliavo le pagine virtuali della testata; così ho letto d’un fiato l’articolo della Czerski, che accusa la nuova linea di personaggi Lego, che presto verrà lanciata sul mercato, di marciare su stereotipi di genere. Quando, al contrario, non ce ne sarebbe bisogno; e quegli stereotipi, anzi, andrebbero sradicati dalla cultura di adulti e, di riflesso, dei bambini.

Ma quale sarebbe il problema, secondo Helen Czerski? I Lego dal 2012 hanno cercato un rinnovamento, aprendosi attraverso la produzione dei “Lego friends” alle femmine. Le mini-figure tanto amate sono state pennellate di rosa, tanto rosa, sono spuntate borsette e rossetti. Insomma, lo scopo era quello di avvicinare un mondo sentito come troppo maschile a quell’altra fetta di pubblico che ne sembrava esclusa.

Pochi giorni fa, spiega l’opinionista del “The Guardian”, la Lego ha annunciato il lancio della produzione di nuovi personaggi, ispirati all’idea che ha vinto un concorso bandito dal marchio. Saranno presto tra noi, dunque, le “donne scienziato”. Ovvero una paleontologa, una astrologa e una chimica. Fin qui, possiamo accettarlo: si tratta di avvicinare le bambine a stelle e provette; eppure, ha ragione la Czerski, perché farne una campagna verso il gentil sesso? Non si tratta di una impresa da rivolgere soltanto alle femmine, ma che dovrebbe coinvolgere anche i maschi, per avvicinare le nuove generazioni, senza distinzione di sesso, a mestieri specializzati, tecnici e pratici.

Sui talenti e le propensioni di ognuno, poi ci sarebbe da discutere. Comunque, qui mi si è aperto un cassettino della memoria, ricordando la raccomandazione di Judith Pinnock – autrice di famosi saggi nonché educatrice alla parità nelle scuole, che, sul dibattutissimo tema dei giochi adatti a maschi e femmine – così si è espressa: “Non esistono giochi da maschio e da femmina, perché sostenere questa differenza significa di per sé fare riferimento a categorie culturali, non naturali. Usciamo da questi vincoli offrendo ad ambedue i generi l’intera gamma delle opzioni possibili. Se giocando s’impara, perché un maschio non dovrebbe divertirsi con un bambolotto e prepararsi a fare il genitore? E perché una femmina non dovrebbe usare costruzioni ed esperimenti preparandosi ad essere un’architetta, un’ingegnera, una scienziata?”.

In realtà, l’ultima serie dei Lego (la numero 11) ha a che fare con gli stereotipi di genere per ben altra ragione, secondo Czerski. Sono 16 le figurine femminili sotto lente di ingrandimento: ci troviamo sì la coraggiosa scalatrice, ma accanto a questa spuntano la “Pretzel Girl”, giunonica e germanica, la giuliva o in versione incarognita “Diner Waitress”, cioè la cameriera sui pattini a rotelle dei tipici fast food americani; così come l’ormai stancante e (sgambettante) Cheerleader e, rullo di tamburi, la nonna (attempata quanto basta).

Che dire? Non è poi vero che un giocattolo non sia autorizzato a sradicare gli stereotipi culturali dominanti. Forse la Lego non risolverà il problema, ma evitando di cadere su luoghi comuni avrà contribuito a non crearlo, anche attraverso i suoi mattoncini. Ecco, a questa sua originaria identità si ispirava la moda Lego, e lì bisognerebbe tornare: a pezzetti democraticamente assemblabili secondo i gusti e le preferenze di ciascuno. Pezzetti che non erano nulla ma che potevano diventare qualunque cosa, a seconda della fantasia.  Là, in quel mondo del possibile, dove non c’è sesso che tenga.

Giovanna Boglietti.

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