La sua vita è stata spezzata a soli 20 anni, in un appartamento di Ladispoli. Il caso di Marco Vannini ha scosso cronache e coscienze.

L’omicidio di Marco Vannini è stata una delle pagine di cronaca più eclatanti e sconvolgenti del Paese. Un caso che ha fatto discutere, in aula come in tv, soprattutto alla luce della sentenza di secondo grado a carico degli imputati, i Ciontoli, ribaltata poi definitivamente in Cassazione. Ripercorriamo la storia del 20enne, finita quella sera del 18 maggio 2015 a casa della sua fidanzata….

Chi era Marco Vannini?

Marco Vannini è nato a Cerveteri, l’8 aprile 1995, sotto il segno dell’Ariete. È in questa città che ha sempre vissuto, insieme alla sua bella famiglia: mamma Marina Conte e papà Valerio Vannini. Lavorava come bagnino, ma sognava di poter entrare nell’Arma e fare il carabiniere.

Marco aveva una bella fidanzata, Martina Ciontoli, con cui la relazione è iniziata nel 2012. Tre anni dopo, la morte. Lei è figlia di un sottufficiale della Marina Militare distaccato ai Servizi segreti che, secondo due gradi di giudizio, sarebbe l’esecutore materiale del delitto avvenuto nel suo appartamento di Ladispoli.

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Marco Vannini
Fonte foto: https://www.instagram.com/repubblica_roma/?hl=it

L’omicidio di Marco Vannini

È la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015, appartamento di Antonio Ciontoli a Ladispoli (Roma). In quella casa vivono il capofamiglia, sua moglie Maria Pezzillo e i due figli, Martina e Federico Ciontoli. La sera in cui Marco viene ucciso, c’è anche Viola Giorgini. È la fidanzata di Federico, ed è anche la sola che verrà assolta.

Marco Vannini viene soccorso oltre un’ora dopo lo sparo (che viene circoscritto intorno alle 23.20), dopo una serie di bugie dette dai Ciontoli al 118. Nessuno della famiglia parla di un colpo di pistola. Il suocero della vittima insiste sulla presunta ferita accidentale da “pettine a punta“.

Secondo quanto riferito dagli stessi, Marco Vannini si è ferito mentre faceva la doccia in casa loro. Nessun cenno allo sparo. È la prima sequenza di una serie di menzogne che porteranno il ragazzo alla morte, preda di atroci sofferenze.

Le telefonate al 118

La prima chiamata registrata dal centralino del 118 ha come interlocutore Federico Ciontoli, ore 23.41: “C’è un ragazzo che si è sentito male, è diventato bianco e non respira più. Si è spaventato“. Ad annullare l’intervento dei sanitari è Maria Pezzillo: “Il ragazzo si è ripreso, l’ambulanza non serve“.

24 minuti dopo, è Antonio Ciontoli a chiedere un’ambulanza: “Il ragazzo si è ferito con un pettine a punta“. Alla centralinista del 118, insospettita per le strazianti urla del 20enne, dà questa giustificazione: “Grida perché si è messo paura“.

Il giovane viene trasferito al Pronto soccorso in codice giallo, ed è solo a quel punto che il capofamiglia svela il tenore di quanto accaduto. Marco Vannini è stato colpito da un proiettile: “Ma non lo dica a nessuno, rischio di perdere il lavoro“, dice Antonio Ciontoli al medico. L’intervento di un elisoccorso si rivela inutile.

Il ragazzo muore durante il volo verso il Gemelli di Roma. Sono le 3, e non c’è più nulla da fare. I periti del tribunale, in sede processuale, stabiliranno che forse poteva essere salvato in presenza di una tempestiva comunicazione dell’accaduto. Se tutti avessero detto la verità, con buona probabilità il giovane sarebbe ancora vivo.

La morte di Marco Vannini

Marco Vannini è morto a causa di un proieittile sparato da distanza ravvicinata, che dall’ascella trapassa polmone destro, cuore e si conficca in una costola. Secondo i Ciontoli, tutti avrebbero inizialmente pensato a un ‘colpo d’aria‘, mentre il suocero gli stava facendo vedere le armi su sua esplicita richiesta. È Federico Ciontoli a dire di aver trovato il bossolo in bagno, e a capire che c’è stato uno sparo.

Come hanno fatto i presenti a non sentirlo? L’esplosione del colpo di pistola, stando alla consulenza del generale Luciano Garofano per conto dei Vannini, ha prodotto un rumore di circa 130 decibel. Impossibile da trascurare o assimilare al presunto ‘colpo d’aria’ teorizzato dagli imputati.

Le intercettazioni e le contraddizioni

Che ci sia una condotta decisamente singolare, nel tessuto familiare dei Ciontoli, sembra cosa certificata dalle intercettazioni ambientali del giorno della tragedia, in caserma. La famiglia aspetta i colloqui con gli inquirenti, e Martina dice questo al fratello: “Io ho visto quando papà gli ha puntato la pistola. Gli ha detto: ‘Vedi di puntarla di là’ e papà gli ha detto ‘Ti sparo’. Papà ha detto ‘È uno scherzo’ e lui ha detto ‘Non si scherza così’“.

Ci sono poi le contraddizioni incredibili nelle deposizioni del sottufficiale. In sede di interrogatorio, dice di non aver armato il cane per far partire il colpo. La perizia balistica sulla pistola, però, evidenzia che l’arma del Ciontoli ha un difetto: non funziona in doppia azione senza armare il cane. La sola alternativa è che l’uomo abbia scarrellato. È solo quando il pm solleva questa obiezione che il suocero di Marco cambia versione.

Ho preso l’arma convinto che fosse scarica solo che praticamente… vabbè l’arma non mi stava scappando. L’ho presa, l’ho impugnata. L’ho scarrellata per scherzo. Ho fatto finta di sparare e invece… c’erano i proiettili all’interno della pistola. E mi è partito il colpo“.

Il processo e le sentenze

Per Antonio Ciontoli, il primo grado di giudizio si conclude con una condanna a 14 anni di carcere per omicidio volontario. Moglie e figli condannati a 3 anni per omicidio colposo. Viola Giorgini è assolta dall’accusa di omissione di soccorso. In appello, l’accusa chiede 14 anni per omicidio volontario in concorso per tutti i membri della famiglia.

L’appello: da omicidio volontario a omicidio colposo

Ma l’esito del secondo grado è una sentenza che fa discutere, anzitutto i genitori della vittima: pena ridotta da 14 a 5 anni di reclusione per Antonio Ciontoli. Il reato viene derubricato da omicidio volontario a colposo. Confermati 3 anni a Maria Pezzillo, Martina e Federico Ciontoli. “La vita di Marco non vale 5 anni, vergogna“. È il grido di dolore di mamma Marina e papà Valerio, in un’aula gremita di telecamere e lacrime, poco dopo la lettura del dispositivo (il 29 gennaio 2019) che ‘alleggerisce’ la posizione dell’imputato Antonio Ciontoli.

A margine di questo verdetto, il pm della Corte d’Assise d’appello di Roma, Vincenzo Saveriano, ha presentato ricorso in Cassazione: chiesto l’omicidio volontario con dolo eventuale per tutti i Ciontoli. Saveriano ha anche chiesto l’annullamento della sentenza del 29 gennaio 2019 con “rinvio ad altra sezione della medesima Corte“.

Una rivelazione fatta dall’amico di Roberto Izzo, Davide Vannicola, però rischia di rimescolare le carte in tavola. A Le Iene, infatti, l’uomo ha confessato qualcosa di inaspettato: a suo dire l’ex comandante dei Carabinieri di Ladispoli sapeva che a sparare non sarebbe stato Antonio Ciontoli, bensì suo figlio Federico.

Il 30 settembre 2020 nel corso del processo di appello bis Antonio Ciontoli è stato condannato a 14 anni di reclusione per omicidio volontario, e la moglie, Maria Pezzillo, e i figli, Martina e Federico Ciontoli, sono stati condannati a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo in omicidio volontario.

La Cassazione conferma i 14 anni

Il 3 maggio 2021, la Cassazione conferma l’omicidio volontario per il padre, Antonio Ciontoli, comminando all’uomo 14 anni di reclusione. Per la moglie e i due figli, invece, 9 anni e 4 mesi. “Giustizia è stata fatta”: così la madre di Marco ha commentato la sentenza della Cassazione.

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