Coppie fertili con patologie: cade il divieto della fecondazione

Per le coppie fertili portatrici di patologie genetiche cade il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.

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Un nuovo successo per la battaglia a favore della fecondazione artificiale.

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della legge 40 e del divieto di accedere alla diagnosi pre-impianto.

«Apprendo dai media la notizia che la Consulta ha dichiarato incostituzionale la norma che vieta la fecondazione assistita alle coppie fertili con malattie genetiche. Esprimo gioia e soddisfazione: ci aspettavamo una sentenza in tal senso, che rispettasse i diritti delle coppie che chiedono l’accesso ai trattamenti sanitari affinchè siano rispettati diritto alla salute e principio di uguaglianza».

La senatrice Pd Emilia De Biasi, Presidente della Commissione Sanità del Senato, in merito alla decisione della Consulta di far cadere il divieto di diagnosi pre-impianto per coppie portatrici di malattie genetiche dice:

«Un’altra bellissima notizia. Leggeremo con attenzione il dispositivo della Corte Costituzionale che dà un altro colpo a una legge ingiusta, perchè, ripeto, la Legge 40 è una legge ingiusta».

Ed infatti, sono oltre 10.000 le mutazioni genetiche responsabili di altrettante malattie, trasmissibili da genitori portatori ai propri figli, che è possibile diagnosticare grazie alla diagnosi genetica preimpianto sull’embrione in caso di fecondazione. Tra queste, la fibrosi cistica, talassemia, atrofia muscolare spinale, emofilia A o B, sindrome dell’X-Fragile.

Questa procedura di screening che precede l’impianto in utero dell’embrione permette, infatti, di identificare la presenza di malattie ereditarie o di alterazioni cromosomiche in fasi molto precoci dello sviluppo, ovvero quando l’embrione è ancora allo stadio di blastocisti in caso di fecondazione mediamente assistita.

Una delle tecniche più utilizzate è la biopsia dell’embrione, che viene effettuata da tre a cinque giorni dopo la penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita.

Questa tecnica viene eseguita di solito su embrioni composti da otto cellule, condizione raggiunta normalmente a partire dal terzo giorno.

Una o due di queste cellule, chiamate blastomeri, possono essere rimosse con scarsi rischi, sottolineano gli esperti, relativi allo sviluppo futuro dell’embrione dopo la fecondazione.