Applausi e commozione alla prima proiezione stampa di “Hungry Hearts”, il film di Saverio Costanzo

Tratto dal libro “Il bambino indaco” dello scrittore padovano Marco Franzoso, il secondo film italiano in concorso alla Mostra del Cinema, “Hungry Hearts” è un lavoro di Saverio Costanzo con Adam Driver e Alba Rohrwacher .

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“Hungry Hearts”, pellicola diretta da Saverio Costanzo, è approdata al Festival di Venezia e farà parlaremolto di sé per via della trama particolare. I protagonisti sono Jude e Mina, due italiani che si incontrano, si amano e si sposano a New York. La coppia avrà un figlio.

Con Hungry Hearts il regista Saverio Costanzo torna ad analizzare i sentimenti, e l’amore problematico, malato, dopo La Solitudine dei numeri primi e lo fa scengliendo un tema molto coraggioso, e delicato, che, tuttavia, potrebbe dar luogo a fraintendimenti, frutto di una lettura che non bada alla natura così semplice eppure così complessa del rapporto madre/figlio. In Hungry Hearts
Mina e Jude si incontrano a New York in una circostanza alquanto bizzarra; e dopo nasce l’amore. 
La ragazza è italiana, lavora per le ambasciate; mentre Jude è americano e fa l’ingegnere. La coppia di Hungry Hearts è giovane, felice e innamorata e vive in una casa accogliente. Lei resta incinta e si sposano. 
Già durante la gravidanza si comprende che Mina è concentrata a tenere una rigida, rigidissima, dieta, intrapresa per non assumere quelli che lei definisce veleni, come la carne. Questa sua scelta comporta dei problemi per lo sviluppo del feto e per il successivo parto.

In Hungry Hearts, mentre Jude continua a generare amore per la sua adorata e per il bambino finalmente nato, Mina inizia un percorso di alienazione dal mondo. In Hungry Hearts si sconfina in un vortice dal quale difficilmente si esce: Mina si rifugia in casa, da dove non esce quasi mai: tutto ciò che viene da fuori lo considera conflittuale; legge e rilegge libri su varie correnti di pensiero, vive un rapporto esclusivo per suo figlio e per Jude. A quest’ultimo ha imposto inflessibili precauzioni igieniche ogni volta che rientra a casa (deve levarsi le scarpe prima di entrare, lavarsi le mani se vuole prendere in braccio il bambino; e poi l’apparmento è stato blindato con reti e cancelletti di legno, per non permettere al bambino di cadere). 
Dopo qualche tempo di vita a tre, Jude inizia a preoccuparsi della costante frebbe che ha il neonato. Di nascosto dalla protagonista di Hungry Hearts, che è contraria ad antibiotici, alla figura del pediatra e dei medici in generale, Jude porta il piccino a fare una visita. 
La diagnosi del medico è lapidaria: il bambino è denutrito, ha la febbre, e non cresce, perché non riceve gli alimenti giusti.

“Avevo letto il libro un anno e mezzo prima di scrivere Hungry Hearts. Mi aveva colpito ma allo stesso tempo respinto, forse perché la storia, da qualche parte, mi riguardava. La storia di Franzoso mi ha accompagnato in questo modo nella ricerca di quello che poi si è trasformato in un racconto molto personale“, ha asserito il regista.

Il bambino du Hungry Hearts non viene mai chiamato per nome, solo attraverso frasi possessive come “mio figlio” o teneri vezzeggiativi; il padre, Jude, accumula paure; la madre, Mina, diviene ogni giorno più trasparente 
Per paura di veder morire di fame il proprio figlio, Jude compie un passo molto sofferto.

Hungry Hearts è un film su una forma di rifiuto della maternità, ma da una prospettiva ribaltata; per amore solo per eccessivo amore, che porta a negare i problemi, rifiutando tutto quello che c’è fuori.


Dopo “Anime Nere”, il film di Saverio Costanzo è la seconda pellicola italiana a passare in concorso a Venezia.

Emanuela Bertolone.