Verrà realizzato in Toscana il memoriale di Auschwitz

La Toscana si candida a partner del Memoriale degli italiani deportati nei campi di sterminio nazisti, l’ex dormitorio di Auschwitz trasformato in museo dopo la liberazione.

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Potrebbe presto arrivare qui da noi la grande installazione realizzata nel 1980 dentro il padiglione italiano, il cosiddetto “Blocco 21”.

A dare la propria disponibilità per questa realizzazione è la Toscana che ha deciso di candidarsi a partner del Memoriale degli italiani deportati nei campi di sterminio nazisti, l’ex dormitorio di Auschwitz trasformato in museo dopo la liberazione.

L’ex dormitorio di Auschwitz è un’opera d’arte firmata dallo studio Bbpr di Milano, con Primo Levi, Luigi Nono, Pupino Samonà.

Voluta dall’Associazione nazionale deportati tuttora proprietaria, fra poco (deadline il 30 novembre) rischia, se l’Italia non la sostituirà con un allestimento museale come quello degli altri padiglioni, di essere smantellato dalle autorità polacche. Mentre il Blocco 21, dal 2012 chiuso al pubblico, andrebbe ad altri paesi senza “vetrina”. Ora, per la realizzazione dell’ex dormitorio di Auschwitzsi è fatta avanti la Regione Toscana. Domani un tavolo tecnico esaminerà, spiega l’assessore alla cultura Sara Nocentini, «una rosa di proposte da presentare al ministro Franceschini, che mi ha promesso una risposta in tempi rapidi».

Un’ipotesi è il Pecci di Prato, centro regionale per l’arte contemporanea, ma c’è chi ipotizza uno spazio dedicato con altre testimonianze dello sterminio. Il Pecci, comunque, potrebbe accogliere l’opera almeno in una prima fase. Fonti del ministro, intanto, confermano a Repubblica che un fondo della Presidenza del consiglio coprirà i costi (circa 100 mila euro) di trasporto, ricostruzione e restauro (curato dall’Istituto centrale). È allo studio, e finanziato, anche un concorso internazionale per il nuovo allestimento del Blocco 21.

Ignare dell’importanza simbolica della grande installazione interna al Blocco 21 (‘ex dormitorio di Auschwitz), concepita da alcuni dei più grandi nomi della cultura italiana apposta per quel luogo saturo di ricordi terribili, le autorità polacche hanno fatto prevalere il criterio dell’uniformità espositiva. L’ex campo di sterminio è diventato un Museo, e tutti i padiglioni, l’italiano compreso, devono adeguarsi.

A niente è contato che progettisti del calibro di Gian Luigi Banfi (morto a Gusen), Lodovico di Belgiojoso (anche lui ex deportato), Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, (lo studio Bbpr, autore, fra l’altro, della Torre Velasca di Milano), con la collaborazione di Primo Levi (autore di un testo), Luigi Nono (che concesse il brano musicale “Ricordati di cosa ti fatto ad Auschwitz”), e del pittore siciliano Pupino Samonà, avessero ben chiarito il senso dell’opera: uno “spazio unitario ossessivo”, come lo definì Belgiojoso, dentro cui il visitatore compie il suo percorso in una “atmosfera da incubo, l’incubo del deportato straziato tra la quasi certezza della morte e la tenue speranza della sopravvivenza”.

La scelta dell’Italia per realizzare l’ex dormitorio di Auschwitz, insomma, non era stata casuale, e così l’avevano spiegata anche Primo Levi e il presidente dell’Aned Gianfranco Maris: rinunciare alla didattica munaugurazione seale, per far rendere il senso “di una grande e indimenticabile tragedia” più che “alle immagini e ai testi”, all’arte, “attraverso fantasia e sentimenti”. Dopo l’ok dei polacchi, nel ‘71, l’Aned, cui si deve l’idea, avvia una raccolta di fondi che coinvolge l’Italia intera, Comuni, Comunità ebraiche, imprenditori, banche, associazioni, semplici cittadini. Lo Stato italiano si fa garante dell’opera con il Museo di Auschwitz, che considera i padiglioni espressione ufficiale dei singoli stati.

Il progetto dello studio Bbpr è del ‘75, l’ihanno del Blocco 21 è del 1980, e fa subito scalpore per l’originalità: la spirale, dentro cui il visitatore cammina per 300 metri, struttura di tubi innocenti fasciati da strisce di tela dipinte di colori sgargianti che vanno dal grigio al nero, al rosso, al giallo, a indicare le diverse epoche storiche (il fascismo, lo sterminio, la Resistenza, la liberazione), non rende onore solo alla deportazione ebraica, ma ricorda anche, come Levi spiegò, “la storia delle tirannidi fasciste in Europa”, cioè il contesto storico che la rese possibile.