A cosa serve il tampone vaginale in gravidanza? Scopriamo quando si dovrebbe eseguire e perché è importante in vista del parto.

Il tampone vaginale in gravidanza è un esame indicato per la ricerca di microrganismi responsabili di infezioni che possono costituire un rischio per il nascituro. In particolare in gravidanza viene ricercato la presenza dello Streptococco di gruppo B. Vediamo come si esegue il test e come prepararsi prima dell’esecuzione dell’esame.

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Tampone vaginale e rettale

Col tampone vaginale si esegue un prelievo delle secrezioni, si tratta di un esame non invasivo e indolore che dura all’incirca 10 minuti. Le secrezioni prelevate vengono poi poste in un terreno di coltura che permette di identificare la presenza di batteri patogeni. In questo modo vengono scoperte infezioni da Escherichia coli o da Candida.

Nello specifico il tampone in gravidanza viene utilizzato per ricercare la presenza dello streptococco. L’esame viene raccomandato tra la 36esima e la 37esima settimana e oltre al tampone vaginale si esegue anche un tampone rettale e un’urinocoltura per accertarsi che non ci siano infezioni nel tratto urinario. Nelle 24 ore che precedono il tampone è bene evitare lavande vaginali, allo stesso modo eventuali terapie antibiotiche andrebbero sospese nei giorni precedenti all’esame.

Tampone vaginale positivo

In caso di esito positivo dopo un tampone vaginale e rettale in gravidanza per la ricerca dello streptococco si devono evitare i rischi di trasmissione del batterio durante il parto. Se, infatti, lo streptococco può far parte della flora batterica presente nell’uomo e non reca disturbi in condizioni normali, un’infezione può invece diventare molto pericolosa per il nascituro. Per questo motivo lo screening che si fa durante le ultime settimane è importante per ridurre rischi anche gravi per il bambino.

In caso di positività, quindi, si ricorre al trattamento intrapartum con antibiotici. Ciò significa che gli antibiotici vengono somministrati per via endovenosa dopo l’inizio del travaglio. Grazie a questa terapia è possibile ridurre il rischio di trasmissione di almeno 20 volte. In ogni caso è bene che anche dopo la nascita si eseguano dei controlli in modo da escludere che l’infezione abbia avuto luogo. In genere si raccomanda di tenere sotto controllo il bimbo per almeno 72 ore.

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Ultimo aggiornamento: 01-11-2021


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