L’anuptafobia colpisce soprattutto le donne, nella fascia d’età che va dai 30 ai 40 anni. Come capire se si soffre di questo disturbo?

L’anuptafobia è una problematica piuttosto recente. Può colpire sia donne che uomini, solitamente tra i 30 e i 40 anni, ma sono soprattutto le donzelle a svilupparla, talvolta in forma ossessiva. Scopriamo insieme cos’è e quali sono i sintomi tipici di questo disturbo.

Anuptafobia, significato e che cos’è?

A tutti nella vita può capitare di avere paura di rimanere soli, soprattutto al termine di una storia d’amore. Per qualcuno, però, questo timore diventa quasi un’ossessione, che spinge a cercare al più presto un sostituto. In gergo si chiama anuptafobia, da a – nupta che significa senza moglie, e indica il terrore di restare single.

Come tutte le fobie, porta ad avvertire una paura intensa e irrazionale al solo pensiero di restare senza un partner. Questo disturbo può svilupparsi sia negli uomini che nelle donne, ma sono soprattutto le donzelle ad esserne interessate. Questo dato, molto probabilmente, è da ricollegare al retaggio culturale nel quale tutte le nate fino agli anni Novanta sono state ‘immerse’. Questo, precisazione doverosa per quante hanno la fortuna di essere venute alla luce dopo il Duemila, vedeva un solo disegno di vita possibile: bambina, donna, mamma e poi nonna. Fino a qualche anno fa, era impensabile che una figura di sesso femminile decidesse di avere un’esistenza da single, mentre oggi quasi nessuno vede le cosiddette zitelle come uno scherzo della natura.

L’anuptafobia, quindi, porta con sé il terrore di rimanere soli e, di conseguenza, spinge alla ricerca ossessiva di un partner. La persona che ha questo disturbo ha sempre gli occhi ben aperti e vede un compagno/compagna anche nei soggetti più impensabili. Basta che questi dimostrino un minimo interesse e la coppia è fatta. Se ciò non accade, può arrivare a soffrire di attacchi di panico e depressione.

ragazza triste

Anuptafobia: sintomi da non sottovalutare

La paura di restare soli è normale, sia chiaro, ma ci sono alcuni segnali che non dovremmo sottovalutare. Sono questi, infatti, che ci dicono se il nostro è un semplice timore o una vera e propria fobia. Innanzitutto, c’è l’idea di restare single a vita. Avvertire una sorta di inquietudine è consentito, ma vivere la solitudine come una malattia è sbagliato. Soprattutto, se al solo pensiero avete un attacco di panico. In questo caso, è consigliato contattare uno psicoterapeuta.

Un altro campanello d’allarme dell’anuptafobia è l’atteggiamento che si ha al termine di una relazione. Se quest’ultima è stata davvero importante, è naturale che i soggetti interessati si prendano del tempo per guarire dal trauma. Pertanto, se chiusa una porta se ne apre subito un’altra c’è qualcosa che non va. Attenzione: non si parla del classico chiodo scaccia chiodo, che solitamente è una banale avventura, ma di una storia ‘seria’. Altro dettaglio da non sottovalutare è accontentarsi del primo arrivato pur di non restare soli e contraddire quanti ti fanno notare la realtà dei fatti.

La fobia di rimanere single si manifesta anche in un altro modo: l’ostinazione che dimostriamo nel voler rimanere in relazioni tossiche. Perché tollerare un atteggiamento che ci ferisce? La risposta appare scontata e no, non è l’amore. Che dire poi, di quel bisogno di restare legati agli ex perché possono sempre tornare utili nel caso in cui dovessi ritrovarti solo? Anche questo è un segnale da non sottovalutare.

Essere sempre se stessi

L’anuptafobia si manifesta anche con un altri atteggiamenti meno allarmanti dei precedenti. Se all’inizio della relazione tendi a smarrire te stesso è normale, ma quando cambi tutti i tuoi ideali e valori per seguire quelli della persona che è al tuo fianco non va bene. Come sottolineato, se questa condizione è passeggera non c’è nulla di male, ma in caso contrario sì: la regola è essere sempre se stessi e mai annullarsi per l’altro. Ultimo campanello d’allarme è il desiderio di volere una storia seria fin dal primo appuntamento: come si può parlare di figli, ad esempio, con una persona conosciuta da appena un’ora? Ovviamente, è bene sottolineare che queste sono solo indicazioni e che non possono assolutamente sostituire il parere di uno psicoterapeuta: l’anuptafobia si cura, ma solo con l’aiuto di uno specialista.


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