Esce in Italia il libro di Amina Sboui, la blogger e attivista tunisina, che ha postato una foto audace su Facebook e dato il via alla rivolta femminile nei paesi arabi. Titolo: “Il mio corpo mi appartiene”.

Senza dubbio, quello di Amina Sboui, è uno slogan più femminista del già femminista:

“L’utero è mio e me lo gestisco io”.

Soprattutto perché “Il mio corpo mi appartiene” segna l’avvio e l’arrivo di un cammino difficile, che ha mosso i primi passi lontano. Là, dove il femminismo sembra impossibile. E l’osabile non osabile.

Invece, se c’è una cosa che qualsiasi fervente femminista può invidiare alla blogger e attivista tunisina, pseudonimo Amina Tyler, figlia di un medico e di un’insegnante per diverso tempo cresciuta in Arabia Saudita, è quello di aver osato.

Nata in Tunisia nel 1994, la Sboui è diventata la protagonista della Rivoluzione dei Gelsomini e il simbolo della rivolta femminile nei Paesi Arabi. Il perché, se alcuni non lo ricordassero, si deve a una fotografia, uno scatto postato intenzionalmente su Facebook, ispirato ai metodi delle costantemente-esposte Femen. Amina ha posato a seno scoperto, scrivendoci sopra un chiaro: “Il mio corpo mi appartiene”. In barba alla cieca morale, che la ragazza tanto detesta, degli islamici, e di quel Corano in cui lei non trova solidarietà e carità verso la donna.

Segregata dai genitori, impauriti dalle conseguenze del gesto che ha avuto diffusione virale, imprigionata dopo l’adesione al movimento delle Femen, scarcerata. Quindi, in “esilio” a Parigi, per poter vivere e studiare come è suo diritto.

In Francia, decide di raccontare la sua storia: l’infanzia segnata da abusi sessuali e nonostante questo la consapevolezza dei suoi diritti di persona e di donna, le prime rivendicazioni in famiglia e gli scontri con l’autorità. Fino alla provocazione che l’ha resa un simbolo, lei un’allieva di liceo.

Questa settimana, la Sboui è arrivata a Roma per presentare il suo libro anche in Italia, edito da Giunti. Scrive:

Sogno un mondo senza razzismo, senza omofobia, senza xenofobia, un mondo d’amore, senza frontiere… un mondo di pace, di musica. Un mondo che abbia per slogan: «Libertà, dignità, giustizia sociale», il mio slogan preferito durante la Rivoluzione tunisina. Innanzitutto perché in Tunisia bisogna ancora gridarlo forte e chiaro, visto che i cittadini non godono né di libertà né di dignità e la giustizia sociale non esiste. Ma anche e soprattutto perché questo slogan è universale e tutti noi possiamo sentirlo come nostro.

Il suo seno, quel seno scoperto, è il seno di tutti, insomma. Ancora circola in Rete, come il bisogno di lotta per la conquista dei diritti che fanno di una donna una donna libera. E di un corpo il “proprio” corpo.

Giovanna Boglietti

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Ultimo aggiornamento: 23-01-2015


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