La tragedia di Vermicino è una ferita mai cicatrizzata nel cuore dell’Italia, che guarda ancora dentro quel pozzo di speranze e fallimenti in cui Alfredo Rampi, 6 anni, precipitò e morì.

Alfredo Rampi è il bambino morto a 6 anni nel pozzo a Vermicino, nel 1981, in un giugno gravido di interrogativi e scosse per un Paese, l’Italia, che attraversava una fase nevralgica dal punto di vista politico e sociale. La tragedia ha catapultato tutto in secondo piano, lo scandalo P2, la crisi di governo, il rapimento di Roberto Peci – fratello dell’ex brigatista Patrizio poi assassinato dalle Brigate rosse il 3 agosto – e per 3 giorni e 3 notti milioni di italiani hanno seguito il dramma in diretta, fino al peggiore epilogo.

Chi era Alfredino Rampi?

Alfredo Rampi è nato a Roma, sotto il segno dell’Ariete, l’11 aprile 1975, e la sua storia ha tenuto l’Italia con il fiato sospeso per giorni, fino alla tragica morte, il 13 giugno 1981, in quel pozzo artesiano in cui era precipitato 3 giorni prima. Oltre 60 ore di tentativi di salvataggio falliti, 18 di diretta televisiva Rai – la prima vera no stop nella storia del servizio pubblico – e circa 28 milioni di telespettatori a seguire il dramma da casa: così la fine del bimbo di 6 anni è diventata macabro spettacolo e spunto di riflessione, in questa cornice è morto Alfredino Rampi.

L’orrore si è consumato sotto gli occhi di un intero Paese e dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, recatosi sul posto per seguire in prima persona le operazioni di soccorso. Ma da quel budello di oscurità e lacrime, a oltre 60 metri di profondità, incastrato sottoterra in un tunnel largo neppure 30 centimetri, Alfredo Rampi non sarebbe uscito vivo. Nemmeno uno dei volontari arrivati a Vermicino per offrire il loro aiuto, Angelo Licheri, sarebbe riuscito nell’impresa. Lo aveva raggiunto, sfiorato, rassicurato. Gli aveva tolto il fango dagli occhi. Ma per 3 volte il suo tentativo di riportarlo in superficie da mamma Francesca Bizzarri e papà Ferdinando Rampi sarebbe drammaticamente fallito.

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Sandro Pertini
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Alfredino Rampi morto nel pozzo a Vermicino

L’alba della tragedia di Alfredino Rampi è impressa nel tardo pomeriggio del 10 giugno 1981. Intorno alle 19, mentre il bimbo fa una passeggiata nei campi che circondano la zona tra Roma e Frascati in cui sta trascorrendo alcuni giorni di vacanza con la famiglia, l’incidente. Alfredo Rampi cade in un pozzo artesiano, strettissimo e profondo decine di metri e, prima che qualcuno si accorga di lui, i genitori lo cercano ovunque insieme alle forze dell’ordine.

Un agente di polizia insiste per ispezionare quel tunnel scavato nel terreno, nonostante sia coperto con una lamiera e per tutti sia un improbabile punto in cui cercare. Ed è lì che sente la voce di Alfredo, i lamenti disperati del bambino che, per i 3 giorni successivi, faranno da straziante colonna sonora al “reality show” sulla sua fine. Il mistero della lamiera sarà poi risolto: il proprietario l’ha riposizionata dopo la caduta del bambino, senza immaginare che il piccolo fosse all’interno.

Per giorni i tentativi dei soccorritori si muovono tra accenti di speranza e devastanti schiaffi di impotenza. Le operazioni si rivelano immediatamente complesse. L’imboccatura del pozzo è larga circa 28 centimetri e il budello sotterraneo si sviluppa in profondità fino a circa 80 metri. Come se non bastasse, ci sono le rocce a rendere le pareti molto irregolari e di difficile ispezione. Poi il fango, che rende vani tutti gli sforzi per imbracare il piccolo ed estrarlo da quell’inferno. Il primo tentativo di salvarlo è disastroso: viene calata una tavoletta di legno per permettergli di aggrapparsi, ma questa si incastra a circa 25 metri rendendo tutto ancora più difficile. Il pozzo risulta ostruito.

Angelo Licheri
Fonte foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/a/a1/Angelo_licheri.jpg

Il successivo tentativo viene compiuto da un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino. Due di loro, a turno, si calano nella galleria e provano a rimuovere la tavoletta che ostruisce il passaggio in quella lingua di vuoto verso Alfredo. Ma entrambi falliscono. Si decide di scavare due tunnel laterali, uno in verticale e poi uno in orizzontale per raggiungere il bambino che, affetto da una cardiopatia congenita, continua a chiedere aiuto. A Vermicino arrivano migliaia di persone, tra volontari, curiosi e cronisti. E ci sono anche i genitori, Franca e Ferdinando Rampi, ad attendere impietriti.

La perforazione dei cunicoli d’emergenza si rivela un’impresa lunga e complicata. Dalla mattina del 12 giugno, quasi 48 ore dopo la caduta, Alfredino smette di rispondere ai richiami dei soccorritori. E c’è un’aggravante nel dramma: a causa delle vibrazioni del terreno durante le attività di scavo, il bimbo scivola ancora più giù, fino a oltre 60 metri.

Si fa avanti un volontario. È Angelo Licheri, corporatura minuta e determinazione senza misura. Si cala fino a toccarlo, cerca di afferrarlo, ma l’imbracatura ogni volta cede. Per 45 minuti resta sottoterra, a testa in giù, mentre sono solo 25 quelli ritenuti tollerabili dagli esperti. Licheri torna indietro senza Alfredo. Nessun altro riuscirà a salvarlo. All’alba del 13 giugno uno speleologo scende e ne constata il decesso. Il corpo del piccolo verrà recuperato l’11 luglio, un mese dopo la tragedia.

Le palpabili carenze di organizzazione e coordinamento dei soccorsi, ai limiti dell’improvvisazione, innescarono un’accelerazione fondamentale per creare una “macchina” in grado di gestire situazioni di emergenza e criticità come quella di Alfredino, e non solo: la sua morte ha dato impulso alla nascita della Protezione Civile, allora soltanto un orizzonte tratteggiato sulle carte e non ancora realtà.

Fonte foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/75/Alfredino_Rampi.jpg


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