Deportata con la madre e precipitata nell’inferno del campo di concentramento di Auchwitz-Birkenau quando era una bambina, Lidia Maksymowicz ha raccontato gli orrori della Shoah.

Lidia Maksymowicz è una superstite dell’Olocausto, sopravvissuta all’inimmaginabile abisso di atrocità che inghiottì milioni di persone nell’incubo nazista. 70072 è il numero che porta sul braccio, sinistro codice di morte che testimonia, fisso e immutato, l’orrore in cui è finita insieme a chi amava e da cui, miracolosamente, è riuscita a salvarsi. Era una bambina tra i bambini cavia del dottor Josef Mengele, “l’angelo della morte” di Auschwitz che con i suoi agghiaccianti esperimenti si impose tra i più efferati criminali al servizio di Hitler

Chi è Lidia Maksymowicz: la storia

Come ho fatto a ricordare se non avevo nemmeno 4 anni quando, nel dicembre 1943, arrivai con mia madre alla stazione di Auschwitz-Birkenau, in mezzo alla neve e al ghiaccio? La paura, il terrore, tutte le emozioni furono profondissime, impossibile dimenticarle, sono vive ancora oggi, impresse nella mia vita. E poi c’è questo numero sul braccio sinistro, il 70072, che mi impedirà per sempre di dimenticare“.

È un passaggio del racconto dell’Olocausto che ci arriva dalla memoria di Lidia Maksymowicz, riportato dal Corriere della Sera, e che fotografa parte dell’inferno dei campi di sterminio vissuto con gli occhi e il cuore dei bimbi deportati. Lei è una sopravvissuta, testimone della Shoah con una delle tante storie terribili che restituiscono al mondo l’entità dell’orrore nazista.

Cittadina polacca di origine bielorussa, Lidia Maksymowicz è sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dopo avervi trascorso 13 mesi. Oggi vive a Cracovia, in Polonia, ed è una delle voci più preziose per non dimenticare. I suoi nonni non hanno superato la “selezione” e sono finiti subito alle camere a gas, mentre lei, una bambina di 3 anni, è stata assegnata alla baracca dei bambini per diventare una delle cavie degli atroci esperimenti di Mengele. La mamma, Anna, ai lavori forzati. L’avrebbe ritrovata quasi 20 anni più tardi.

Lidia Maksymowicz: la vita privata

Lidia Maksymowicz non è ebrea. Originaria della regione bielorussa di Vitebsk, alla nascita Ljudmila Boczarowa, quando è finita nel lager era una bambina e la mamma aveva soltanto 22 anni. I genitori, che la chiamavano Luda, erano partigiani, cattolici, e lei stessa ha raccontato così il modo in cui la sua famiglia ha vissuto l’alba dell’Olocausto: “A differenza di altri, sono consapevoli da subito dell’abominio nazista. Non scendono a compromessi con il potere, non tergiversano. Non dubitano. Si schierano contro Hitler e la sua Germania, scelgono di opporsi. Si mettono dalla parte degli ebrei“. Il padre, Aleksander, è stato arruolato dall’esercito russo e lei è rimasta da sola con la mamma e i nonni, in fuga dai nazisti attraverso i boschi della Bielorussia. Fino a che, un giorno, il loro gruppo è stato trovato dagli uomini di Hitler ed è iniziata la discesa nell’abisso…

Nella vita privata di Lidia Maksymowicz, dopo il dramma lacerante della separazione dai suoi affetti, il ritrovamento della mamma, “persa” anni prima tra le baracche e il filo spinato di un campo di concentramento. “Ho avuto di fatto due madri, sono molto grata alla famiglia che mi ha adottata in Polonia e mi ha assicurato una vita normale, mi ha voluto bene. Ma, dopo averla ritrovata, ho sempre visto e continuato ad amare la mia madre naturale“, ha raccontato Lidia Maksymowicz. Oggi ha un figlio che l’ha resa nonna.

Lidia Maksymowicz ad Auschwitz

Lidia Maksymowicz ha vissuto per 13 mesi nell’inferno del lager, una vita “sospesa” nel Kinderblock, la famigerata baracca dei bambini che Mengele usava per i suoi sconvolgenti esperimenti. Nel 1943, a soli 3 anni, è stata deportata e rinchiusa nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Arrivata alla “stazione” finale in pieno inverno, a dicembre, come tutti gli altri piccoli è stata separata dalla madre. Quest’ultima, costretta a partecipare alla marcia della morte verso Bergen-Belsen, nel 1944 le avrebbe promesso che sarebbe tornata a prenderla…

Dopo la liberazione del 1945, Lidia Maksymowicz sarebbe stata adottata da una famiglia polacca e avrebbe vissuto nella convinzione di aver perso per sempre la madre. Ma intorno alla metà degli anni ’60, incredibilmente, l’avrebbe ritrovata. Entrambe si sono cercate per 17 anni, fino a riabbracciarsi. Entrambe sopravvissute all’orrore del nazismo.

Non ho mai smesso di cercarla – ha raccontato Lidia Maksymowicz a Vatican News , anche se pensavo che fosse morta. Viveva in Unione Sovietica, ci siamo riviste dopo 17 anni. Me l’aveva promesso che ci saremmo riviste, quando ci hanno separato ad Auschwitz. Ha mantenuto la parola”.

La storia di Lidia Maksymowicz è protagonista del docufilm 70072: La Bambina che non sapeva odiare, prodotto dall’Associazione “La Memoria Viva” di Castellamonte (Torino) per la regia di Elso Merlo. Un racconto che ha ispirato l’omonimo libro, scritto insieme al giornalista e saggista Paolo Rodari. “Birkenau non muore mai. Birkenau è parte indelebile di chi l’ha attraversato. È un mostro che continua a parlare, a comunicare il suo indicibile vissuto“.

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Ultimo aggiornamento: 23-01-2022


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