James Jebbia viene definito ‘lo Chanel dello streetwear’: scopriamo chi è il fondatore di Supreme, il marchio che tutti vogliono, e come accaparrarsi uno dei suoi capi.

Il marchio Supreme è diventato famoso grazie alla collaborazione del 2017 Supreme x Louis Vuitton, pubblicizzata anche da Chiara Ferragni. Ma la sua storia è iniziata molto prima, precisamente nel 1994, grazie all’intuizione del suo creatore, James Jebbia. Inizialmente si rivolge agli amanti dello skateboard, dell’hip-hop e del punk rock (ancora oggi, oltre all’abbigliamento, produce tavole da skateboard da collezione), poi diventa il più desiderato da cantanti, fotografi, musicisti, designer e celebrità e il fenomeno Supreme esplode.

Oggi la parola chiave dietro al brand Supreme e ai suoi capi sembra essere “esclusività”: non solo gli store al mondo sono davvero pochi, ma non basta nemmeno recarsi in negozio per portarsi a casa un capo. Si fa la fila per ore e i capi vengono rivenduti a caro prezzo.

La strategia di Supreme e la storia del marchio

James Jebbia ha aperto il primo negozio a NYC, in Lafayette street, nel 1994. Investì tutto ciò che aveva – 12 mila dollari – in un piccolo negozietto, dando vita a qualcosa che non c’era: lo spazio centrale del negozio, infatti, era vuoto per permettere ai suoi clienti di fare skateboard anche all’interno.

James Jebbia
Fonte foto: https://www.instagram.com/streetwearquotes/

Poi, l’espansione e, al 2018, gli store Supreme nel mondo sono: uno a New York, uno a Brooklyn, uno a Los Angeles, uno a Londra, uno a Parigi e 6 in Giappone. Non si tratta di un franchising in stile fast fashion, con uno store in ogni città; questo per via della filosofia del suo fondatore, che ha sempre voluto che i suoi prodotti rimanessero “di nicchia”.

Oggi è sulla bocca di tutti e questo discorso sembra quasi assurdo, ma la filosofia dietro all’hype del brand è: “Se so che ne posso vendere 600, allora ne produco 400“. Che dire? Senza dubbio, sta funzionando: pare che il patrimonio di James Jebbia si aggiri intorno ai 4 milioni di dollari, secondo la stima di The Richest.

Con magliette, calzature e accessori vari, Supreme è diventato un vero e proprio culto tra i ragazzi amanti dello streetwear (e non solo). L’entusiasmo deriva anche dalle varie edizioni limitate prodotte, in collaborazione con Levi’s, Vans, Nike, Timberland e altre marche. Il segreto del suo successo? “James ha sfruttato un ingrediente segreto. Supreme è rimasta forte perché è sempre stata dalla parte dei giovani, e i giovani spingono la cultura. Non è una cosa che si può improvvisare“, scrive Harmony Korine nel suo libro.

Supreme in Italia: dove comprare?

Generalmente, i capi Supreme sono difficili da reperire, e in particolar modo in Italia dove non esiste uno store fisico ufficiale. Ci sono però e-shop internazionali per acquistare online: il sito ufficiale, Crashstreet, e Concept Shop (giapponese). Imperdibili, le famose magliette con logo, Snoopy o Topolino, ma anche zainetti e felpe.

I prezzi partono da circa a 30 euro per le t-shirt semplici, ma salgono – anche di molto – per le edizioni limitate. Per via della grande hype (tutti lo vogliono, e nessuno riesce a comprarlo) su siti come e-Bay e Depop raggiungono cifre folli.

Fedez in Supreme
Fonte foto: https://www.instagram.com/fedez/?hl=it

Vista la grande popolarità, però, in giro ci sono anche molto copie e repliche. Un’azienda di Barletta, ad esempio, ha lanciato il marchio Supreme Italia, che “si ispira” al brand di New York, ma non è assolutamente approvato da James Jebbia!

Il caso Supreme Italia

Prendete una t-shirt bianca, aggiungeteci grande box rosso, al cui interno metterete la scritta in grassetto “Supreme” (font Futura, mi raccomando). Quello che avete ottenuto è un capo autentico Supreme? Nonostante non sia – incredibilmente – stato proibito non vuol certo dire che questi capi non siano dei falsi.

Come riconoscerli? Loghi molto grandi e vistosi, prezzi abbordabili e una elevata reperibilità. L’azienda, nota anche come Supreme Barletta, produce perlopiù t-shirts, felpe, e zainetti con slogan vistosi, rivolgendosi a chi ha la smania di possedere uno dai capi più cool del momento.

La domanda sorge spontanea: come mai non è ancora stato proibito? Si parla di un caso di legal fake. Lo stesso marchio di Jabbia non è stato registrato, in quanto il suo stesso simbolo reinterpreta lavori altrui – come una famosa opera della fotografa Barbara Kruger – e quindi Supreme Italia, che ha registrato il marchio nel nostro paese e un logo, all’occhio inesperto identico, è perfettamente legale.

Il problema principale è la disinformazione: molti ragazzi (e molti rivenditori stessi) non sanno che ciò che vendono non è il prodotto newyorkese.

Fonte foto: https://www.instagram.com/streetwearquotes/,Fonte foto: https://www.instagram.com/fedez/?hl=it

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Ultimo aggiornamento: 10-05-2018


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