Il caso di Patrick Zaki ricalca, in parte, gli atroci contorni di quello del nostro connazionale Giulio Regeni: scopriamo la storia del ricercatore egiziano arrestato a Il Cairo.

Finito in carcere senza motivo a Il Cairo, in Egitto, e accusato di propaganda sovversiva, Patrick Zaki è protagonista di una storia sinistra che ha scosso anche l’Italia. Prima del suo arresto era uno studente egiziano all’Università di Bologna come tanti, poi l’assurda evoluzione tra le righe di una biografia ferita da un’ingiusta detenzione. Scopriamo cosa è successo e com’è la sua vita, tra ieri e oggi, dopo quel 7 febbraio 2020 che ha cambiato il corso della sua storia.

Chi è Patrick Zaki: la biografia

Attivista e ricercatore, Patrick George Zaki è nato in Egitto, a Mansura, il 16 giugno 1991 sotto il segno dei Gemelli. La sua storia è diventata tristemente nota dopo l’arresto immotivato avvenuto a Il Cairo, il 7 febbraio 2020, fermato all’aeroporto di rientro dalla città di Bologna – dove si è trasferito nel 2019 per frequentare l’Università (precisamente il master europeo Gemma in studi di genere) – per una breve vacanza con la famiglia.

Proprio quest’ultima, in testa la sorella Marise, ha intrapreso una serrata battaglia per la scarcerazione – negata a più riprese – che ha scosso l’Italia intera (in cui si è invocata per lui la cittadinanza onoraria) e ha portato a mobilitazioni in tutto il mondo.

Il caso Zaki, come quello di Giulio Regeni, per molti è il simbolo sinistro di una società civile piegata, per alcuni genuflessa, davanti alla cieca e sorda condotta di un mondo in cui i diritti umani sono mero miraggio.

Patrick Zaki: il calvario e le accuse

Il calvario di Patrick George Zaki è lungo molti, troppi mesi. Dopo il suo arrivo in Egitto, le sue tracce si sarebbero perse per ore, inghiottito dal buio di un limbo poi tradotto in un arresto e, secondo le denunce di legali e attivisti, in un inferno di torture nel carcere di Tora.

Nel corso della detenzione, le autorità hanno reiterato i rinnovi di custodia cautelare sostenendo a suo carico uno spettro di contestazioni che vanno dalla propaganda sovversiva al terrorismo. Il tutto per alcuni post social attribuiti al ricercatore e mai mostrati nemmeno ai suoi avvocati, provenienti da un account Facebook che l’attivista non riconosce come suo e che sarebbero materiale mai sottoposto alla difesa. Un cortocircuito, quello tra le maglie delle autorità egiziane, che avrebbe così neutralizzato, di fatto, la possibilità di un contraddittorio e leso i diritti di Patrick Zaki.

Le accuse formalizzate sarebbero minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazioni illegali, diffusione di notizie false, propaganda per fini terroristici. Secondo quanti si battono per la sua liberazione, sono le dita di un Paese puntate contro un detenuto senza motivo, e senza processo.

Qualcosa è cambiato e si è mosso fino a quando, il 7 dicembre del 2021, Patrick è stato scarcerato anche se dovrà restare in Egitto in attesa del processo. A Che tempo che fa, intervistato pochi giorni dopo, ha detto: “Mi sembra di essere in un sogno. Mi è mancato tutto. Gli amici, la mia famiglia, il cibo, i miei colleghi, i miei libri. Appena arrivato a casa mi sono fatto una doccia calda, avevo bisogno della sensazione dell’acqua calda addosso. Ho cercato di girare a mio favore ogni cosa successa, forte della mia innocenza e ho sentito la vicinanza della mia famiglia e di tutti i miei amici bolognesi. Fino a poche ore prima del rilascio ero molto preoccupato, poi improvvisamente mi sono ritrovato fuori. Ancora non ci credo. Quando mi hanno tolto le manette ero davvero confuso, davvero mi hanno lasciato libero?”.

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Ultimo aggiornamento: 13-12-2021


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