Dalle abitudini nervose al ghosting, la psicologia evolutiva spiega perché la mente preferisce una crisi interna prevedibile al rischio di una minaccia esterna non governabile.
Osservare i comportamenti umani in contesti quotidiani significa intercettare micro-azioni che spesso passano inosservate, ma che raccontano dinamiche psicologiche molto importanti. Tra queste, vi sono gesti ripetitivi come il mangiarsi le unghie e stuzzicare le pellicine, ma anche atteggiamenti meno evidenti come procrastinare decisioni, rinviare progetti strategici ed interrompere bruscamente relazioni professionali, che fanno capo alla pratica dell’autosabotaggio. Fenomeni che la cultura digitale ha reso ancora più riconoscibili, come il ghosting relazionale, oggi sono considerati espressioni moderne di meccanismi antichi, radicati nel funzionamento neurologico del cervello.
Ghosting, procastinazione e autosabotaggio per difendersi dalle minacce esterne
La lettura clinica proposta dallo psicologo Charlie Heriot-Maitland ribalta l’interpretazione tradizionale di queste condotte.
Secondo il professionista britannico, il cervello umano non sarebbe ottimizzato per garantire benessere e realizzazione personale, bensì per ridurre l’incertezza e mettere l’organismo al riparo da minacce percepite come potenzialmente destabilizzanti.
In questo scenario, l’autosabotaggio non rappresenterebbe una deviazione patologica fine a sé stessa, bensì una risposta difensiva: un tentativo di convertire una minaccia imprevedibile in un danno minore, noto e gestibile. Heriot-Maitland avrebbe sostenuto, in più occasioni, che la mente preferisce governare una crisi interna piuttosto che esporsi a un rischio esterno non controllabile, anche se il costo di questa scelta resta comunque un danno oggettivo.
La strategia del rischio calcolato
Nel suo lavoro teorico, Heriot-Maitland utilizza l’immagine delle esplosioni controllate per spiegare la logica di questa risposta. Applicata ai contesti di performance, la procrastinazione potrebbe essere letta come un danno calcolato: un rinvio che genera stress immediato, ma che evita temporaneamente l’impatto emotivo di un possibile fallimento, rifiuto e giudizio negativo.
In ambito relazionale, sottrarsi ad un confronto diretto – attraverso il ghosting, ad esempio – risponderebbe alla stessa logica: ridurre l’ansia associata alla possibilità di un rifiuto aperto o di una negoziazione conflittuale che potrebbe minare l’immagine di sé o creare una frattura percepita come irreversibile.
Il perfezionismo, pur assumendo una forma diversa, perseguirebbe un obiettivo identico: neutralizzare l’errore attraverso l’iper-controllo del dettaglio. Un investimento cognitivo estremo che punta a prevenire l’insuccesso, ma che spesso espone l’individuo a sovraccarico, stress cronico e burnout, che, spesso, hanno ricadute misurabili sulla produttività e sulla sostenibilità delle performance nel medio periodo.
Un sistema di rilevamento delle minacce ipersensibile, un tempo utile ad individuare velocemente pericoli reali, oggi reagirebbe anche a scenari ipotetici e relazionali, trasformando l’immaginazione in un simulatore automatico di rischi. Le funzioni cognitive superiori – ragionamento, pianificazione, proiezione futura – sarebbero dirottate dal sistema di allerta, producendo un effetto paradossale: invece di elaborare soluzioni, la mente anticipa conseguenze negative.
È in questo spazio che si innescano le profezie autoavveranti: credere di non essere adeguati ad un compito può portare a ridurre l’impegno, confermando l’ipotesi iniziale.
Gli approcci clinici più efficaci lavorerebbero sull’elaborazione del dolore emotivo sottostante – traumi, esperienze di vulnerabilità, percezione di minaccia – e sulla costruzione di nuove risposte. Il punto di svolta, secondo Heriot-Maitland, si trova nell’autocompassione: un driver emotivo che favorisce neuroplasticità, apprendimento di abitudini più sostenibili e riscrittura di pattern difensivi ormai usurati. L’obiettivo non sarebbe eliminare la difesa, bensì rinegoziarla, riconoscendo l’esistenza di uno spazio di scelta. Un atto intenzionale in cui il cervello può essere guidato non soltanto a prevenire il rischio, ma a gestirlo, senza diventarne prigioniero.
