Vi siete mai chiesti a cosa serve un direttore d’orchestra? Il suo ruolo non è solo scenico, da lui dipende l’intera esibizione.
I non addetti ai lavori sono abituati a guardare il direttore d’orchestra con una certa curiosità, come se fosse un attore messo lì con l’unico scopo di rendere più scenica possibile l’esibizione. La realtà, però, è molto diversa, più complessa di quanto si possa credere. Scopriamo a cosa serve e perché non se ne potrebbe fare a meno.
A cosa serve un direttore d’orchestra?
Se pensate che il direttore d’orchestra sia una semplice presenza utile a rendere scenica l’esibizione, vi sbagliate di grosso. Il suo ruolo è cruciale, tanto che possiamo dire che senza di lui regnerebbe il caos. Molti credono che i musicisti, una volta che hanno lo spartito davanti agli occhi, non debbano fare altro che eseguire le note e il gioco è fatto. Se così fosse, però, a cosa servirebbe un direttore?
Dire che il suo compito è quello di dirigere l’orchestra è riduttivo. Quelli che a noi sembrano gesti plateali – dalla bacchetta all’espressione degli occhi, passando per il respiro – sono in realtà codici che hanno un significato ben preciso. I musicisti devono saperli decifrare, così da conoscere il ‘tono’ che devono dare alla melodia che esce dal proprio strumento.
Come sottolineato dal maestro Enrico Melozzi, “lo spartito, di per sé, è carta morta: il direttore lo rende vivo, decide i fraseggi, i respiri, i colori. È lui a trasformare tante mani diverse in un unico corpo sonoro“.
I gesti e la mimica del direttore d’orchestra
Anche se lo spartito contiene tutte le note e le indicazioni sul pezzo da eseguire, è il direttore d’orchestra a dettare tempi, intensità e dinamiche. E’ per questo, ad esempio, che di un determinato brano esistono migliaia di versioni, personalizzate dal maestro che ha il compito di guidare l’orchestra.
E la dirige sfruttando uno specifico linguaggio del corpo che si impara in tutti i conservatori allo stesso modo, ma che poi può essere più o meno personalizzato dal direttore di turno. Ad esempio, Melozzi ha ammesso che non usa quasi mai la bacchetta perché è mancino e manderebbe in confusione l’orchestra. Così si affida a “mani, occhi, respiro… persino al mio ciuffo“.
