Una gonna corta non significa sì: la campagna virale contro la violenza sulle donne

#thisdoesntmeanyes: nasce una nuova campagna virale contro la violenza sulle donne. Solo Sì vuol dire Sì!

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Sul web nasce una nuova campagna antistupro e anti violenza sulle donne che si chiama #Thisdoesntmeanyes, ovvero, Questo non significa sì, riferito a molti atteggiamenti e modi di fare delle donne che alcuni, troppi, uomini, leggono come un diritto a abusare di loro senza pietà.

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“Una gonna corta non è un sì. Le labbra rosse non sono un sì. Un occhiolino non è un sì. Un ballo lento non è un sì. Tornare a casa a piedi non è un sì. Un drink non è un sì. Un bacio sul divano non è un sì. L’unico “sì” è quando si dice “sì””.

La campagna consiste nel condividere fotografie ispirate a questo tema e a questo slogan e taggarle con l’hashtag #thisdoesntmeanyes, per trasmetter questo messaggio a più persone possibili.

Non è importante cosa una donna indossa o come si trucca o quanto beve, ogni donna deve essere libera di fare ciò che vuole senza che gli uomini abusino di lei. Ogni donna deve poter tornare a casa da sola anche in tarda serata senza camminare con la pura di subire una violenza.

Purtroppo la violenza sulle donne è un problema tutt’altro che risolto e c’è sempre più bisogno di trovare nuovi modi per sensibilizzare le persone riguardo questo tema. Soprattutto bisogna fare chiarezza sul fatto che se una donna decide di mettere una maglia scollata o una gonna corta non sta chiedendo di essere stuprata: questa è un’idea malsana, una visione distorta, una diabolica giustificazione!

This doesn't mean yes 1

L’associazione londinese “Crisis Rape” ha così pensato a questa campagna che vuole incoraggiare a non sopprimere l’individualità e la personalità che si esprime nel look per timore di essere aggredite.

«E’ una fandonia insidiosa. Ogni donna ha il diritto alla libertà di espressione. E nessuna merita di essere violentata per questo».

Una ricerca condotta a febbraio dimostra anche che, sorprendentemente, sono proprio le generazioni più giovani, i ragazzi tra i 16 e i 19 anni, nel 33% dei casi, a incolpare più spesso le donne per le aggressioni che subiscono. Il 6% di loro crede che la vittima sia completamente e principalmente responsabile, se ubriaca. Tra quelli di età compresa tra 25 ei 44, circa il 23 per cento ritiene che una persona che ha bevuto sia almeno in parte responsabile.

«Sappiamo già che una minoranza significativa della popolazione è incline a incolpare le donne violentate – dice Sarah Green, dal gruppo End Violence Against Women Coalition -, ma quello che dovrebbe essere un motivo di grande preoccupazione è il fatto che sono i giovani i più propensi a colpevolizzare le vittime. I giovani di oggi sono bombardati da messaggi confusi sugli uomini, le donne e la sessualità. Le donne sono costantemente rappresentate come oggetti sessuali ed è diventato quasi ammissibile che gli uomini le perseguitino e le costringano a fare quello che non vogliono».