Uccidere la propria privacy in cambio di un lavoro

Il mondo del lavoro comincia a valicare i confini sulla privacy arrivando a profilare un controllo su corpo e mente. Dai monitoraggi intensivi all’impianto di un microchip.

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Sembra incredibile, ma i film thriller o di fantascienza sembrano presagire il futuro. Come “Minority Report” (con Tom Cruise, regia di Steven Spielberg) e “Ipotesi di complotto” (protagonisti Mel Gibson e Julia Roberts, regia  di Richard Donner), pellicole che appartengono a una decina di anni fa, entrambe basate sul massimo controllo umano. Che poi diventa cospirazione.

E per dirla con il titolo di un altro film (che non riguarda l’argomento, ma è solo utile per un gioco di parole) siamo “Sotto assedio”. Forse non ora, ma ci siamo vicini.

Che cosa succede? «Privacy is dead», la privacy è morta, affermava pochi mesi fa Margo Seltzer, professoressa di scienze informatiche all’università di Harvard. E sebbene possa sembrare quasi accettabile vivere sotto gli occhi del Grande Fratello, forse perché gli agi della tecnologia superano di gran lunga la scomodità della Spia suprema, comincia a preoccupare l’ultimo trend che investe i luoghi di lavoro.

Il «decreto semplificazioni» del Jobs Act permette al datore di lavoro di monitorare pc e dispositivi mobili dei dipendenti, con il risultato che l’invio di e-mail private o il riscontro di pause su Facebook, durante l’orario lavorativo, possono incarnare la causa di licenziamento. Il fatto che il dipendente sia avvisato di ciò, non limita il danno alla dignità della persona e non trova fondamento sulla lotta al “fancazzismo” di molti dipendenti.

Ci stanno trasformando in disumani robot che entrano “beggiando” e da quel momento perdono anima e cuore, per rimanere al servizio dell’ufficio come degli automi. Al diavolo la privacy.

E il futuro è ancora più nero, perché se in Svezia hanno ideato un microchip sotto pelle che funziona da badge (serve anche ad aprire le porte, azionare la fotocopiatrice, e pagare il caffè al bar), se la Hitachi ha studiato un badge che funge anche da geo-localizzatore (permette anche di ascoltare la conversazione tra dipendenti alla macchinetta delle bevande), se molte aziende, prima di assumerci, controllano il nostro profilo Facebook, vuol dire che siamo molto vicini ai film sopra menzionati. Che è finita. Che andiamo verso i diritti del datore di lavoro e l’annullamento della persona. Eppure, sempre di persone si tratta, ma purtroppo non siamo tutti uguali. C’è chi comanda e paga, e chi riceve se esegue. E poi c’è il Governo. Anche quello è fatto di persone, come noi, ma hanno il potere di cambiare cose, vite e persone. E di cestinare la privacy.

Tra qualche anno, se una di queste persone, come noi, deciderà di farci impiantare un microchip, rendendo il datore di lavoro un vero e proprio Grande Fratello dotato di un ufficio di hacker, la nostra vita non sarà più nostra e arriveremo ad essere giudicati anche per un tradimento che riguarda casa nostra, o per un pensiero che si distacca dalla massa. Non avremo più libertà. E senza libertà, saremo vivi per finta.