Moda sotto Accusa. Sostanze chimiche dannose nei Capi Griffati per Bambini

Greenpeace accusa il mondo della Moda. Sarebbero otto i marchi coinvolti. Sostanze chimiche dannose nei vestiti destinati ai bambini.

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Moda sul banco degli imputati. A vestire i panni della pubblica accusa è Greepeace International, l’Ong nata nel 1971 a Vancouver per difendere l’ecosistema del nostro Pianeta sempre più minacciato da uno sviluppo senza regole.

Il mondo della Moda è infatti stato messo al centro di un’indagine poi sfociata in un nuovo rapporto che di certo non lascia tranquilli i “fashion victims” e che imbarazza i manager e gli stilisti di almeno tra otto tra le più famose e affermate griffe. Tra queste le italianissime Versace e Dolce&Gabbana ma anche, icona del lusso globalizzato, Luis Vuitton.

Greenpeace Italia spiega che, dalle risultanze pubblicate nel rapporto, nei capi esclusivi dell’Alta Moda destinata ai più piccoli sono state riscontrate le stesse sostanze chimiche pericolose usate nei brand di largo consumo. Ancor più grave, se si vuole, la presenza  in alcuni capi di una sostanza, il nonilfenolo etossilato  (NPEs). L’uso di questo composto chimico farebbe dubitare dell’autenticità dell’etichettatura “Made in Italy”. Probabile quindi che i prodotti Moda trovati con queste tracce non siano stati interamente prodotti in Europa dove l’impiego di questa sostanza è fortemente limitato.

Sono 27 i capi di otto case dell’Alta Moda ad essere stati testati. Sedici quelli risultati positivi per una o più sostanze chimiche: oltre ai nonilfenoli etossilati (NPEs), agli ftalati, ai composti perflorurati e polifluorurati e all’antimonio. La più alta concentrazione di nonilfenoli è stata rilevata in un paio di ballerine Luois Vuitton prodotte in Italia e vendute in Svizzera, mentre quella di perflorurati in una giacca firmata Versace.

Moda sotto accusa.
Moda sotto accusa.

Il progetto di Greenpeace, sotteso al rapporto presentato in questi giorni, è “The Fashion Duel”. Lo illustra la responsabile Chiara Campione. «La sfida al mondo dell’Alta Moda, in realtà, l’abbiamo lanciata già lo scorso anno. Vorremo che le griffe sposassero la nostra battaglia contro l’uso di sostanze tossiche che oltre a creare possibili allergie e intolleranze ai consumatori inquinano pesantemente gli ecosistemi». Alcune di quelle sostanze rintracciate negli indumenti sottoposti a verifica, infatti, vengono rilasciate nei corsi d’acqua durante il ciclo di produzione oppure dagli stessi durante il lavaggio – fa osservare Greenpeace – con il rischio che si accumulino negli organismi viventi andando ad interferire con il sistema endocrino.

La “green reputation” è un aspetto che il cliente che spende cifre considerevoli per compare un capo di Alta Moda non è più disposto a trascurare. Moltissime aziende –  Nike, Adidas Puma, H&M, M&S, C&A, Li-Ning, Zara, Mango, Esprit, Levi’s, Uniqlo, Benetton, Victoria’s Secret, G-Star Raw, Valentino, Coop, Canepa, Burberry e Primark – lo hanno capito e hanno assunto l’impegno Detox per le loro filiere.

Produrre Alta Moda senza costi per il Pianeta, è quindi possibile e l’informazione è uno degli strumenti essenziali per cercare di rispettare l’obiettivo 2020: azzerare per quell’anno gli scarichi delle sostanze chimiche pericolose.

Andrea Formagnana.