Grazie ad adeguate terapie, le apnee notturne si possono guarire

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Le apnee notturne provocano un’interruzione del respiro per alcuni secondi e sono causa di deficit neuro cognitivi che possono modificare alcune aree del cervello. Inoltre, le apnee provocano disturbi cardiaci e sonnolenza diurna.

Chi soffre di apnee notturne durante il riposo, ha un’occlusione a carico delle prime vie aeree, quelle subito dietro la lingua. Quando si verifica un restringimento parziale, si ha il russamento, quando invece l’occlusione è completa si ha l’apnea, con risvegli che non sempre sono coscienti.

Ma da oggi non c’è più nulla da temere dalle apnee notturne. Pare comunque che le persone che ne soffrano possano superare anche gli inevitabili deficit neurocognitivi che coinvolgono in particolare la memoria, l’attenzione e le funzioni esecutive.

Grazie alla Cpap apparecchio che immette aria forzata attraverso una maschera nasale che tiene aperte le vie aeree, evitando così le apnee e’ possibile infatti una normalizzazione delle funzioni cognitive, accompagnata alla normalizzazione del danno strutturale.

Allo studio hanno partecipato 17 pazienti. Grazie a tecniche avanzate di Risonanza Magnetica, i ricercatori del San Raffaele hanno dimostrato che nei soggetti con apnee notturne anche la sostanza bianca è alterata in diverse aree cerebrali, ma dopo 3 mesi di trattamento con l’apparecchio CPAP i pazienti mostrano miglioramenti e dopo 1 anno di trattamento la completa normalizzazione anche della sostanza bianca, con notevole beneficio di funzioni come attenzione, memoria e funzioni esecutive.

Andrea Falini, primario di neuroradiologia del San Raffaele spiega:

“Se nei primi studi condotti sui pazienti con OSA abbiamo potuto verificare le differenze strutturali della sostanza grigia e dell’attività dei circuiti corticali, in quest’ultimo studio abbiamo completato l’indagine applicando le tecniche di Diffusione che permettono di analizzare le caratteristiche degli assoni e della mielina che costituiscono la sostanza bianca. E’ stato possibile innanzitutto mettere in risalto le aree cerebrali dove la sostanza bianca appariva diversa e poi seguirne le modificazioni osservando l’effetto della terapia” .

Luigi Ferini Strambi, neurologo responsabile del Centro per i Disturbi del sonno del San Raffaele spiega invece:

“Questo studio, insieme agli altri precedentemente pubblicati, possono essere utilizzati nella pratica clinica per motivare i soggetti affetti da tale patologia a utilizzare il trattamento, a volte poco accettato o non ritenuto importante«questo studio, insieme agli altri precedentemente pubblicati, possono essere utilizzati nella pratica clinica per motivare i soggetti affetti da tale patologia a utilizzare il trattamento, a volte poco accettato o non ritenuto importante“.

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ultimo aggiornamento: 17-09-2014

Licia De Pasquale

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