Rocco Siffredi: intervista all’attore in occasione dell’uscita del suo docufilm (parte seconda)

Rocco Siffredi: intervista all’attore in occasione dell’uscita del suo docufilm (parte seconda)

Rocco Siffredi: intervista all’attore in occasione dell’uscita del suo docufilm (parte seconda)

Rocco Siffredi uscirà nei cinema con ROCCO, il docufilm sulla sua vita, come evento speciale dal 31 ottobre al 3 novembre

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Alle Giornate degli Autori della 73^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato il docufilm ROCCO, diretto da Thierry Demaizière & Alban Teurlai. Durante un’intervista l’attore ha parlato del suo lavoro sul set, della sua vita privata e di come è nata l’idea di un film su di lui. Leggi qui la prima parte dell’intervista a Rocco Siffredi, guarda il trailer del film ROCCO e la fotogallery con gli scatti dal set.

Seconda Parte intervista a Rocco Siffredi

Cosa c’è di ancora difficile da dire a questo punto nella pornografia?

Sembra essere ovunque, eppure nessuno è disposto a riconoscerlo… È vero, resta il grande tabù di oggi. La violenza non è più un tabù: è ovunque, nel quotidiano della nostra vita, sui mezzi di informazione. È mostrata, esibita e a volte ci lascia addirittura indifferenti. Anche la nudità non è più un divieto: i corpi si mostrano con maggiore facilità. Resta un solo tabù, che forse è l’ultimo: la pornografia. La sessualità. E so per esperienza che uno dei problemi più grandi con cui si confronta la pornografia è che mostra il sesso maschile. Di recente, l’inserto M del quotidiano Le Monde mi ha dedicato un servizio da copertina. Ci sono state immediatamente delle reazioni molto violente. Una copertina di Le Monde con una donna nuda non avrebbe scatenato una simile reazione. Ma in quel caso si mostrava il sesso di un uomo, si toccava un’interdizione. Non si mostra il cazzo di un uomo in una rivista seria, è troppo vicino all’animalità che è dentro di noi. Il pene è una cosa da usare quando ce n’è bisogno, ma da mettere via una volta terminato l’uso. Non lo si deve raffigurare… Ecco in cosa consiste il tabù che avvolge la pornografia. Ecco perché è così disturbante. Tutti guardano immagini porno, è il segreto meglio condiviso di tutti e so anche, in quanto produttore, che i gusti sono sempre più orientati verso scene bizzarre ed estreme. La pornografia eccita tutti noi, ma nessuno è ancora disposto ad ammetterlo. Sono pochi e poche coloro che osano ammettere che è fantastica e bella, che è eccitante. Questo dice molte cose sulla nostra epoca. Il film mostra che il suo stile di recitazione è sempre ambiguo: le sue scene hanno la fama di essere intense, a volte violente, e contemporaneamente sono cariche di una sorta di complicità con l’attrice che raramente si riscontra nell’industria del cinema porno… Quando funziona, insieme si va verso qualcosa di intenso. A volte non ci sono più veramente dei limiti. So di essere in gran parte responsabile di una certa tendenza violenta nel porno, una moda apparsa da circa quindici o vent’anni. Potrei quasi datare lo slittamento verso questa violenza: è stata una scena durante la quale una ragazza mi ha dato una sberla in faccia. Istintivamente, gliel’ho restituita e nell’stante in cui l’ho fatto, lei ha subito goduto. A partire da quel momento, quando i segni me lo indicavano ovviamente, a volte ho cercato di entrare in quella zona in cui la violenza è un gioco ammesso, persino richiesto, ed è praticata contro uno o l’altro dei due partner. Ci ho provato con attrici come Sidonie e Kelly. Sono scene molto hard, senza limiti, in cui si gioca con il dolore e il piacere insieme. Lo ripeto, visto che ancora oggi è spesso incompreso: quelle scene sono sempre una forma di complicità con la donna, rispondono a una domanda dell’attrice in quel momento. Se non si capisce questo, non si capisce niente di quello che avviene tra lei e me in quell’istante. La vera sessualità è un’esplorazione. Consiste nel cercare dentro di noi delle cose, a volte molto violente, ma che ci fanno vibrare ancora di più. L’orgasmo perfetto, l’orgasmo supremo è una cosa complessa, che fa emergere emozioni molto intense in noi. Bisogna andare a cercarlo quest’orgasmo che ribalta tutto. È la sola cosa che conta. Tuttavia, molti sono critici rispetto a questa posizione: ha aperto la porta verso una pornografia che cerca di denigrare la donna e che soprattutto non tiene in considerazione il suo piacere… Troppe persone hanno cercato di imitarmi su questo terreno, senza mai capire nulla del mio approccio. Questo mi dispiace. Hanno recepito solo la violenza. La complicità è stata del tutto ignorata. Eppure, senza la complicità, quella violenza diventa insopportabile. Una volta, mentre stavo presentando il film ROMANCE di Catherine Breillat, una giornalista del Times, e sottolineo che era una donna, mi ha detto che, dopo aver visto i miei film porno, riteneva che io avessi un cervello femminile, che la mia sessualità fosse più femminile di quanto la gente pensasse. Mi ha molto toccato, perché nel mio intimo so di essere a disagio con la sessualità maschile più cruda. Non è questa la mia ricerca. Uso il termine “ricerca” volutamente: per me, girare una scena significa entrare nel cervello della donna e cercare, cercare, aiutare a far emergere delle cose, portarla ad un altro livello. Il grado successivo, il passo successivo, il livello successivo. Se nel documentario si percepirà questa mia complicità con la sessualità femminile, ne sarò felice. Il film la mostra in conflitto nel suo ruolo di attore, produttore e uomo d’affari che gestisce il marchio di fabbrica Rocco, di marito e padre e anche di figlio con un grosso peso famigliare sulle spalle e ancora di uomo in preda alle sue fantasie… Tutto questo crea un curioso ritratto di un uomo moderno, in preda alle sue contraddizioni, ma che cerca di essere tutto questo contemporaneamente… Sì, credo di appartenere a una generazione che è entrata testa e piedi nella confusione. Non so se sono il prototipo di un uomo moderno, ma la confusione sì, la rivendico. La sessualità mi ha attratto come un’amante, ma mi ha anche fatto smarrire in territori complessi. Il mio primo desiderio quando ho iniziato a fare questo mestiere era di rendere mia madre e i miei fratelli più felici. Venivamo da una famiglia modesta, volevo che soffrissero meno, che avessero meno stress e una vita più rilassata. Ho impiegato del tempo a guadagnare dei soldi con il porno, oggi posso aiutarli, ma questo non è sufficiente a regolare i conti. Dopo trent’anni di porno, non sono ancora riuscito a normalizzare determinate cose della mia vita, della mia personalità. So che può sembrare inverosimile che dopo tutti questi anni io vada sul set di un film porno per lavorare e mi senta in colpa nei confronti di mia moglie. Non mi sono ancora pacificato! Ci sono milioni di coppie di scambisti che vivono meglio, in ogni caso più serenamente di me, il fatto di cambiare partner davanti a tutti. So che è incredibile, ma sono fatto così.

Forse è anche questo che fa di Rocco Siffredi un attore fuori dal comune?

Non so se il mio segreto è di intrattenere, mio malgrado, un rapporto tragico con la mia sessualità. È una fissazione. La sofferenza è presente, fa parte della mia vita. Dal momento in cui sono diventato un attore porno, ho rinunciato all’idea di avere una vita completamente pulita. Ho finito col credere che quello che la vita mi dà me lo dà in cambio di una certa sofferenza. Lo sapevo, erano gli accordi: avere tutto quello che ho conquistato in trent’anni di pornografia – gioia, riconoscimento, agio sociale – esigeva una sofferenza di fondo. E tuttavia è una sofferenza che non le infligge nessuno… No, è esclusivamente nella mia testa. È la mia realtà, è il mio motore di vita. È forse la ragione per cui sono ancora in questa industria, trent’anni dopo il mio primo set. È anche la ragione che sta dietro a questo film, per trovare il coraggio di raccontare tutto.

Il porno è una dipendenza per lei?

Faccio fatica a liberarmene. È una parte di me da trent’anni. Il film fa tornare sullo schermo un’altra persona che è stata importante per lei e che aveva detto addio al porno molto tempo fa: niente meno che Kelly Stafford, ovviamente… Quando Thierry e Alban mi hanno chiesto chi intervistare tra le ragazze, ho pensato a molte attrici fantastiche, come Valentina Nappi o Eva Berger, ma ci tenevo che Kelly fosse nel film.

Perché?

Perché è come me. È sincera nella sua sessualità, concede tutta se stessa, vive fino in fondo le sue fantasie. È il mio doppio femminile. In tutto e per tutto. Ha una sessualità completamente aperta e completamente mentale. Mi ritrovo in lei. E poi ribalta di continuo la questione della sottomissione. Kelly è la mia porno star preferita di tutti i tempi.

Rocco è un uomo felice?

Mi sento molto felice. Non posso lamentarmi. Conosco lo sguardo negli occhi degli uomini che mi dicono che darebbero dieci anni di vita per trovarsi un solo giorno al mio posto. Eppure, resto un uomo insoddisfatto. O tragico. Mi sveglio al mattino dicendomi che sono l’uomo più felice del mondo perché ho una moglie meravigliosa che mi ha dato due figli incredibili. Ma nonostante questo, faccio di tutto per rendermi infelice. Come se dovessi sempre trovare un punto per guastare questa felicità perfetta. Ed è il motivo per cui ho vissuto dei momenti terrificanti di cui parlo nel film. Per andare sempre più lontano nella ricerca delle emozioni che solo la sessualità è in grado di dare. In quei momenti, andavo verso la sessualità senza eccitazione, ci andavo per farmi del male. Ed è questa dipendenza dal sesso che è terribile, perché è una dipendenza che non offre alcun sollievo né consolazione. Quindi, sono, come dice in Italia, felice nel fondo e infelice negli occhi. So di avere questa malinconia nello sguardo. Risale a molto tempo fa, alla morte di mio fratello quando avevo sei anni, alla tristezza di mia madre che ne è seguita. Cerco sempre di soffrire come hanno sofferto loro. Per avvicinarmi a loro. La mia insoddisfazione sta in questo.